Come diventare individualisti ed essere infelici

Ho una teoria per molte cose e una, ad esempio, per la mia agognata sanità mentale: bada bene, mi dico, che è necessario uno spazio collettivo, una piattaforma di condivisione, ecc. per non incorre al tritacarne della competizione individualistica, in cui l’egotismo è la deus ex machina di ogni relazione sociale. Io sono per natura piuttosto individualista, non per questo non cerco l’altro o ne penso male a priori, né tocco fondi di egocentrismo. Tuttavia, la forma mentale media è quella, sollevare simulacri di cartapesta, con il proprio ego erigere feticci e annoverare l’egoismo (che poi prende diverse forme, tra cui il nostro caro e made in Italy familismo) tra le religioni ufficiali dei nostri tempi. Vano è stato ogni tentativo di convincermi che nonostante tutto può esistere uno spazio d’azione comune (i problemi sono collettivi, le risposte a tali problemi meno). Quindi, “all’apparir del vero, tu misera cadesti” mia speranza di trovar infine nell’altro la stessa tensione morale e simili bisogni spirituali. O meglio: esiste gente simile a me, ma il livello di depressione è tale che alla mancanza di fiducia nell’altro corrisponde, da una parte, alla scarsa fiducia in sé stessi e dall’altra alla conditio si ne qua non del puntare tutto sulla propria persona, da cui appunto lo sfrenato individualismo che colpisce, come si può intuire, gente potenzialmente nevrotica che mal concilia la scarsa fiducia nei propri mezzi con l’impellente e vitale esigenza di diventare Napoleone. Quindi tentenno da un polo all’altro, dall’individualismo a una puerile tensione collettiva; ed ora, come si può capire, sono in piena fase fascio-nazi-individualistica e sto pensando seriamente di farmi un angolo votivo sotto il mio certificato di laurea o darne lembi scaramantici ai devoti oppure di sollazzarmi notte e giorno con i miei neuroni ippocampali. Sogno già che a Stoccolma il Papa m’incoroni gran visir della ricerca scientifica mondiale e che uno stuolo di Urì, fumiganti voglia sessuale, mi si faccia attorno attorno, come ‘na sonajjera d’angioli.

Sul divulgare la scienza

 

Già il termine, divulgare, suona come antidemocratico e retorico: colui che divulga, possiede la verità e si china al vulgo che, ignorante e ingenuo, assimila materia già digerita da altri - tuttavia non apprende nel vero senso della parola. Tale ragionamento è applicabile a ogni campo del sapere.

Ma quando la conoscenza invade la realtà e si fa materia, l’ingenuità delle masse, che ingurgitano acriticamente nozioni che cadono dall’alto, diventa colpa e nocumento per tutti. La conoscenza scientifica ha liberato l’uomo da molti problemi fisici e costrizioni materiali, ha altresì aperto problemi filosofici ed epistemologici d’inedita portata, scoperchiando un vaso di Pandora di dubbi e domande esistenziali. Il relativismo ne è l’espressione più rappresentativa, essendo non a caso inviso a coloro i quali pretendono, ahimè, di essere portatori della Verità oppure, morbleu!, vicari di Dio in terra (questo indipendentemente dal ruolo positivo che la religione senz’altro esercita sulla vita delle persone o su gruppi di persone, ma a volte si pretende veramente troppo dalla credulità popolare, vedasi il dogma dell’assunzione in anima e corpo della Vergine Maria, dogma sul quale pesa, come noto, l’infallibilità del Papa). Ma, d’altro canto, come pretendere di più dalla “gente”? Di certo non si dovrebbe delegare al risultato di un referendum decisioni complesse e importanti come l’abrogazione di una legge che disciplina le norme di utilizzo delle tecniche per la fecondazione assistita. E qui, naturalmente, entra in gioco la libertà del legislatore che deve farsi carico in modo saggio e ponderato del bene comune. Ad ogni modo, il divulgatore è pertanto un intellettuale che interpreta (la trasformazione della natura dell’intellettuale da legislatore a interprete è già stata discussa da Bauman in La decadenza degli intellettuali: da legislatori a interpreti, Ed. Bollati Boringhieri), un interprete che deve essere libero per svolgere bene il suo lavoro. Un altro problema che deve affrontare il divulgatore scientifico è la selezione di una notizia notevole tra la congerie di nuove scoperte. Ma un dubbio mi assale, dubbio che è stato ben sviscerato da Simone Weil in Riflessioni sulle cause della libertà e dell’oppressione sociale (Adelphi, pagg. 11-12): “[…] Quanto al progresso scientifico, non si vede come possa servire accatastare ulteriormente conoscenza su un ammasso già fin troppo vasto per essere abbracciato dal pensiero stesso degli specialisti; e l’esperienza mostra che i nostri antenati si sono ingannati credendo nella diffusione dei lumi, poiché non si può divulgare fra le masse che una miserabile caricatura della cultura scientifica moderna, caricatura che, lungi dal formarne la capacità di giudizio, le abitua alla credulità”; Weil, che scrisse questo pamphlet nel 1934, ben lontano dalla rivoluzione genomica per intenderci, descrive bene l’effetto paradosso dell’aumento della conoscenza scientifica sul senso critico comune.

Nested genes: a gene within a gene

 Nested genes, i.e. two o more genes occurring in the same DNA filament but expressed in different ways, are under investigated. Nevertheless, growing body of evidences indicates an important role of nested genes, particularly in the respective regulation of expression of the pair, if any. In many examples, a gene of the pair is expressed in the opposite orientation, often within an intron. Frequently such intron has minor size that other introns present in the gene. It has been postulated the possible interaction between the two transcripts, and the possible mutual use of same enhancer elements. These and other possibilities of reciprocal regulation of a pair of genes such nested genes can be studied by atomic force microscopy, which allows visualization of the movement of RNA polymerase along a DNA template. A remarkable example is TIMP (tissue inhibitor of matrix metalloproteinases) that is “nested” within an intron of synapsin genes. Given that synapsin genes regulate neuronal differentiation in vitro, and that a possible important role might be played by metalloproteinases in pathfinding and growing of axons and dendrites for example, a reciprocal regulation of the genes could be a topic of research. 

Il Cytomegalovirus, un agente opportunistico…

I Cytomegalovirus (CMV), membri della famiglia degli Herpesvirus, sono agenti ubiquitari che comunemente infettano le più svariate specie animali tra cui l’uomo. Sono altamente specie specifici, infatti il virus umano (HCMV) è incapace di infettare altre specie animali. Sono virus molto antichi, come è dimostrato, dalla rilevazione di anticorpi specifici in popolazioni di origini remote e isolate come gli Indiani di Tiryno del Brasile, dove non erano presenti agenti virali molto diffusi, quali il virus dell’influenza e del morbillo. Caratteristica di questi virus è di indurre la formazione di inclusioni citoplasmatiche e nucleari con conseguente ingrossamento della cellula infettata. Il CMV può penetrare nell’organismo umano per mezzo di secrezioni, liquidi organici oppure attraverso sangue e trapianto d’organo. Nel nucleo delle cellule epiteliali nel primo caso e dei monociti e dei macrofagi nel secondo, il virus inizia a replicarsi sintetizzando nuovi virioni, i quali diffondono all’interno di un tessuto o di un organo invadendo le cellule endoteliali vascolari. Esse sono sede di replicazione attiva virale. Da qui il virus viene riversato nel torrente circolatorio dove può essere fagocitato dai leucociti polimorfonucleati oppure penetrare nei monociti nei quali si ha l’instaurazione di un’infezione latente in un ospite immunocompetente. Se l’ospite è immunocompromesso invece, può avere inizio una diffusione sistemica con il coinvolgimento di nuovi organi o tessuti.  Il CMV possiede una bassa patogenicità; tuttavia è in grado di provocare un effetto citopatico nelle cellule infettate. Alla base delle infezioni latenti e persistenti vi è l’instaurarsi di un equilibrio tra il CMV e il sistema immunitario. La perdita di questo equilibrio in soggetti immunodepressi favorisce la replicazione virale a livello del tratto gastro-intestinale, dei polmoni, delle reni, delle ghiandole salivari e surrenali, del fegato e della retina. Le vie di eliminazione del virus sono la saliva, il latte, urina, lo sperma e le secrezioni vaginali. Le patologie più ricorrenti sono la retinite nei malati di AIDS, la polmonite nei trapiantati di midollo, sordità, ritardo di crescita, microcefalia, calcificazioni, cerebrali nei neonati. Studi sieroepidemiologici, mostrano che nel corso dell’esistenza il 40-100% degli individui nei paesi sviluppati e la quasi totalità di quelli che vivono nei paesi in via di sviluppo vanno incontro ad una infezione da CMV. La sua diffusione risulta endemica piuttosto che epidemica e non presenta picchi stagionali. Fattori socioeconomici ed igienici sono invece correlati strettamente ed in modo inversamente proporzionale alla diffusione della infezione sia orizzontale che verticale. Si ritiene che gli esseri umani siano l’unica riserva per il virus umano e la trasmissione avviene per contatto interumano diretto o indiretto. Inoltre a causa della labilità del virus ai vari fattori ambientali, è richiesto un contatto stretto per il propagarsi orizzontale dell’infezione. I veicoli di infezione includono: secrezioni orofaringee, urina, secrezioni cervicali e vaginali, fluidi spermatici, latte materno, lacrime, feci, sangue. I neonati e i bambini acquisiscono il virus durante lo sviluppo intrauterino o durante il parto, o in epoca peri e postnatale. Studi dimostrano che nei paesi sviluppati, lo 0,2-2,4 % delle infezioni avviene al momento del parto, l’8-60 % durante i primi sei mesi di vita nella maggior parte dei casi attraverso il latte materno; mentre nei bambini da uno a tre anni l’esposizione al virus avviene in genere in casa o negli asili; dai tre ai dieci nelle scuole mentre dopo la pubertà la via di trasmissione orizzontale più comune risulta quella sessuale. In condizione di trapianto la quasi totalità dei pazienti sviluppa una infezione attiva da CMV e in circa la metà dei casi l’infezione citomegalica ha ripercussioni cliniche di varia entità che possono andare da una febbre a un quadro clinico simil-settico, a una polmonite interstiziale.

Guida all’in situ II: preparazione della sonda

selezione plasmideL’opinione che mi sono formato leggendo varia letteratura (1 e 2 oltre al buon vecchio Magnatis) riguardo l’utilizzo dei vari tipi di sonde per in situ coincide con la metodica che mi sono trovato ad imparare nel primo periodo del dottorato: sonde a RNA marcate con digossigenina. Questo per vari motivi. Primo, l’appaiamento RNA-RNA sembra essere molto più stabile rispetto al DNA-RNA e causa meno segnale di fondo (in quanto è più facile togliere l’eccesso di sonda non legata ed esiste un rischio minore di formazione di legami aspecifici con DNA genomico di sequenza simile); una “giusta” lunghezza della sonda (tra 300 e 1000 bp) assicura un’ottima specificità di bersaglio e non diminuisce di molto la penetrabilità tissutale rispetto agli oligonucleotidi marcati; infine l’utilizzo di digossigenina legata all’UTP mediante trascrizione in vitro al posto del meno salutare zolfo radioattivo permette una marcatura omogenea e una sensibilità adeguata per rilevare molti tipi di mRNA, con la possibilità di effettuare modifiche al protocollo che permettono l’analisi di prodotti dall’espressione molto bassa (si pensi alla PCR in situ).

 

Dopo aver trovato e controllato opportunamente la sequenza del gene che ci interessa, ci dovremo preparare i primer per amplificarla tramite PCR eseguita sui cDNA retrotrascritti da opportuni mRNA estratti da una linea cellulare di cui siamo ragionevolmente certi esprima il gene. Ottenuto l’amplificato senza incontrare difficoltà insormontabili (speriamo), non ci resta che inserirlo in un opportuno plasmide che abbia ai lati del polilinker i promotori per due diverse RNA polimerasi fagiche tra T3, T7 o SP6 oltre ad una resistenza ad un antibiotico (un esempio è pBSSK+). Il metodo classico consiste nel tagliare sia l’inserto che il plasmide con due enzimi di restrizione diversi che creino estremità appiccicose che permetteranno un’efficiente clonaggio nel vettore e l’inserimento con un orientamento verificabile. Se siete sfortunati e gli enzimi dell’inserto non sono utilizzabili con quelli del polilinker (non preoccupatevi è la regola) allora dovrete costringervi a tagliare con un’unico enzima di restrizione o con due blunt ends, aumentando la probabilità che il vettore si richiuda su se stesso oppure causando l’inserimento di più molecole di inserto in uno stesso plasmide che, di fatto, diminuiscono di molto l’efficienza di clonaggio. A mio parere, se volete utilizzare l’in situ come indagine di routine, varrebbe la pena comprare kit appositi (dall’estrazione dell’RNA al clonaggio e oltre) che facilitano il compito e garantiscono il risultato, dedicando così il nostro tempo (gratis ma non meno risorsa del denaro) al vero e proprio esperimento che presenta già da solo molte variabili da ottimizzare. In un modo o nell’altro adesso dovremmo avere il nostro ipotetico plasmide contenente l’inserto. Il passo successivo sarà la trasformazione di batteri resi competenti (con il metodo che preferite) attraverso shock termico, ma solamente dopo aver purificato il prodotto clonato con vari passaggi in fenolo e cloroformio e precipitato in alcool. A questo punto i batteri si coltivano in piastre contenenti ampicillina e X-gal per selezionare le colonie bianche che hanno il plasmide con l’inserto rispetto alla maggiorparte blu che avrà il plasmide vuoto (i batteri senza alcun plasmide vengono uccisi dall’antibiotico e non si vedono sulla piastra). Presa la nostra bella colonia bianca (vi consiglio di prenderne di più per aumentare le chance di avere il risultato voluto) la si farà crescere in terreno selettivo e, raggiunta la fase esponenziale di crescita (all’incirca dopo 16 ore) si estrae il plasmide (mini, midi o maxiprep) denaturando tutto il DNA a ph elevato e permettendo la veloce rinaturazione del solo piccolo DNA plasmidico riportando il ph ai valori precedenti. Il plasmide così ottenuto viene quantizzato allo spettrofotomentro e controllato su gel per verificare la reale presenza dell‘inserto rispetto alla corsa di un plasmide vuoto (per vedere il plasmide correre come il peso molecolare di riferimento lo si deve tagliare con un enzima avente un unico sito; infatti un plasmide circolare presenta superavvolgimenti negativi o positivi che lo faranno migrare più o meno velocemente del corrispondente marker).

 

Ora disponiamo della materia prima per marcare l’inserto con digossigenina attraverso la trascrizione in vitro.

Il caffè e le sue proprietà.

Già in diversi poemi epici greci si faceva riferimento a “una pianta africana” o a “una bevanda nera” e secondo una leggenda etiope si narra che a scoprire le proprietà eccitanti dei semi di caffè sia stato un pastore, che un giorno notò che le sue pecore saltellavano dopo avere mangiato dei chicchi scuri: li incuriosito abbrustolì, li macino e preparò un infusione . Il nome caffè deriverebbe quindi da Kaffa una località dell’Etiopia.  Già nel 1400 questa bevanda era largamente diffusa in medio oriente soprattutto grazie al divieto di bere alcolici imposto dal Corano;  documenti storici riportano che i monaci sufi, di religione islamica, solevano berlo durante le loro preghiere. L’arrivo in Europa di questa bevanda viene fatto risalire al 1615 per mano dei mercanti veneziani che intrattenevano traffici commerciali con l’oriente. Pochi anni dopo , furono aperti in Inghilterra i primi caffè d’Europa ai quali si aggiunsero quelli di Parigi e di Berlino. Visto il largo successo ottenuto, nel 1700 il caffè cominciò ad essere coltivato nelle colonie olandesi in Indonesia,  dagli inglesi nelle Antille e dai portoghesi in Brasile. Dopo aver fatto il giro del mondo il caffè ritornò in Africa, più precisamente in Kenia. A tutt’oggi le cifre relative alla diffusione di questa bevanda sono da capogiro, infatti il 49% della popolazione mondiale beve almeno un caffè al giorno, i maggiori consumatori sono gli scandinavi che consumano mediamente 14 Kg di caffè all’anno, circa, 9 tazzine al giorno. Studi recenti hanno dimostrato che berlo senza abusarne può fare bene alla salute. La caffeina stimola la concentrazione, potenzia la memoria e protegge dalla carie dentale; il caffè ha inoltre una azione diuretica, accelera il metabolismo e aiuta a digerire, in quanto favorisce la produzione di saliva e di succhi gastrici. Questa bevanda inoltre protegge le arterie e, se non ci sono problemi di pressione, è un amico del cuore, soprattutto degli anziani. Lo affermano i ricercatori della City University of New York, che hanno seguito per dieci anni quasi 7 mila adulti tra i 32 e gli 86 anni. Gli over 65 che non presentano problemi di ipertensione e bevevano regolarmente caffè sono risultati in qualche modo protetti, visto che la mortalità per cause cardiovascolari è risultata più bassa di quella dei coetanei che non consumavano caffè. E i benefici aumentavano con la quantità di caffeina assunta: il rischio di morte per malattie cardiache si abbassava del 32% negli ultrasessantacinquenni che prendevano 2 o 3 tazzine al giorno e addirittura del 53% in quelli che ne consumavano 4 o più tazzine. Per gli scienziati il motivo è presto spiegato: la caffeina fa aumentare la pressione, controbilanciando il calo che avviene dopo un pasto, soprattutto negli anziani. Nei soggetti più giovani e negli ipertesi, invece, non mostra lo stesso effetto benefico; anzi, se la pressione è già alta o, come nei giovani, non c’è un calo dopo il pasto, la caffeina potrebbe fare addirittura male. Secondo una ricerca della Società Italiana di Nutrizione Umana, il caffè spartisce con tè verde e vino rosso un’ottima concentrazione di polifenoli, gli antiossidanti naturali che proteggono le arterie contrastando colesterolo cattivo e aggregazione delle piastrine. Le analisi dell’Inran (Istituto nazionale di ricerca per gli alimenti e la nutrizione) approfondiscono: la caffeina assunta tramite il caffè stimola la pressione e il consumo abituale rende il sistema cardiovascolare tollerante a questo effetto. Chi prende un caffè ogni tanto, così come chi eccede sempre, fa più danno alla pressione. Ma le proprietà benefiche del caffè non finiscono qui: protegge da malattie come la cirrosi epatica e il tumore, soprattutto quando si consumano molti alcolici; è una delle maggiori fonti dietetiche di antiossidanti (per il consumatore medio, la quota di polifenoli introdotta con il caffè contribuisce alle capacità antiossidanti della dieta fino al 40-60%); riduce il rischio di ammalarsi di diabete di tipo II; aiuta a controllare gli attacchi di fame; infine, alla caffeina è riconosciuta la proprietà cosmetica, drenante e antiedematosa, che ne fa ingrediente di formulazioni anticellulite. Naturalmente gli scienziati non invitano ad “abbuffate” di caffè per guadagnarne in salute: sappiamo bene che un alimento benefico, se assunto in eccesso rischia di diventare dannoso. Vanno bene fino a quattro tazzine al giorno. In Italia, mediamente, se ne bevono tre: una quantità assolta da ogni accusa.

Alessandro Salina

Dagli al rumeno

Cesare Lombroso pubblicò L’uomo delinquente nel 1876, e un anno prima della pubblicazione de L’origine dell’uomo di Darwin sviluppò la teoria dell’atavismo. In breve lo scienziato notava dopo misurazioni antropometriche correlazioni fisiognomiche tra tendenza criminale e tratti fisiognomici. Addirittura la presenza di un’anomalia del cranio, la cosiddetta fossetta occipitale mediana, poteva predire devianze comportamentali del soggetto in questione. Da qui il famoso antropologo caldaggiava l’inserimento della pena di morte in Italia: come sperare un reinserimento nel tessuto sociale di un individuo naturalmente criminale?  È interessante notare che Lombroso applicava con rigore il metodo scientifico, ed era assolutamente interessato alle sorti della “povera gente”. Di tanto in tanto spuntano tendenze neolombrosiane in criminologia, penso ad esempio alla paventata maggiore frequenza  di individui con un cromosoma Y in più nella popolazione carceraria. Fatti di cronaca recenti individuano lombrosianamente il rumeno come criminale naturale che può essere espulso dal paese nonostante lo status di comunitario. Ricordo con dolore lo stillicidio di morti di operai rumeni nei cantieri, spesso lavoratori in nero. E come non ricordare che nelle misure dell’indulto erano presenti anche “sconti” per le morti bianche e lassismo nei controlli della sicurazza del lavoro? Se ad ogni morte bianca seguissero alti lai e riunioni plenarie dei ministri, saremmo in costante condizione di allerta nazionale, tutti i giorni. Sentito cordoglio va alla famiglia di Giovanna Reggiani, uccisa in modo orribile per mano di un omicida.

Appello ai neolaureati

 

Da un recente studio statistico del MIUR i neolaureati che scelgono di continuare a “formarsi” tramite dottorati, specialità o master sono in costante aumento. Dal punto di vista del ministero il bicchiere è mezzo pieno in quanto le soluzioni post-laurea che ha proposto sembrano essere ambite da molti a beneficio del livello culturale italiano sempre troppo screditato, mentre a voler vedere il bicchiere quasi vuoto, questo aumento altro non è che il risultato di scelte politiche decennali che hanno sempre sfavorito la formazione e la ricerca. Infatti, una volta laureati, i giovani si trovano di fronte ad un mondo del lavoro nel quale il loro titolo di studio non è assolutamente spendibile per varie ragioni, vuoi per l’abbassamento del livello di preparazione e per l’assurdo moltiplicarsi dei corsi di laurea, vuoi per l’ottusità delle miriadi di piccole imprese nostrane che non vedono al di là del proprio naso. Passata la depressione post-tesi, questi nuovi eroi si rimboccheranno le maniche alla ricerca di un perfezionamento che gli permetta di farsi strada nel mondo del lavoro con la pergamena che faticosamente hanno ottenuto e che non vorrebbero buttare nel cesso. Questo discorso riguarda ovviamente solo la maggiorparte delle professioni; vanno escluse le potenti lobby amministrate dai vari Ordini, primi fra tutti i nostri cari medici.

 

Detto questo, passiamo ad analizzare lo studio che offre non pochi spunti interessanti specialmente sul dottorato di ricerca.

 

Dai dati si nota che i posti di dottorato banditi sono in aumento ma allo stesso tempo sono diminuiti i posti coperti da borsa di studio, come dire: facciamo più ricerca ma solo gratis!!! Conseguenza probabile ne è la non assegnazione del 10% dei posti nonostante i candidati che si presentano siano in media più del doppio (sarebbe interessante sapere la percentuale dei posti con borsa non assegnati: vi assicuro che esiste questa possibilità e non è neanche tanto rara!!!). Un altro punto a nostro sfavore è l’età media dell’ottenimento del titolo di dottore di ricerca: tra i 29 e 32 anni, parecchio al di sopra dell’età dei nostri colleghi europei; questo può essere spiegato dal fatto che in Italia il dottorato è sfruttato in alternativa ad un contratto a tempo determinato e non per favorire la formazione di giovani esperti del settore. Un dato curioso a cui non so dare una spiegazione è la tendenza dei nostri PhD a non terminare il percorso nei tre anni legali.

 

Cari ragazzi prossimi alla laurea, visto come tira il vento da queste parti, il mio consiglio è di provarci sempre e comunque( tanto cosa c’è da perdere?); magari non otterrete il posto desiderato, ma voglio credere che, se saremo molti e uniti, daremo qualche grattacapo ai figli di papà e, forse un giorno lontano, ci ritroveremo in una società più matura e sensibile. Vana speranza forse, ma serve per andare avanti.

 

Baracca e burattini

Alcune considerazioni sul sistema di reclutamento dei ricercatori italiani

Gianfranco Bertonea, Giacomo Cacciapagliab, Marco Cirellic, Pier-Stefano Corasanitid,
Lara Faoroe, Alessio Figallif, Marcella Grassog, Riccardo Speziah,
Simone Spezialei, Dario Vincenzil, Francesco Zamponim.

a Institut d’Astrophysique de Paris, Université Pierre et Marie Curie, Paris, France.
b Physics Department, University of California at Davis, USA.
cService de Physique Théorique, Commissariat à l’Énergie Atomique CEA Saclay, Gif-sur-Yvette, France.
dLaboratoire Univers et Théorie, Observatoire de Paris-Meudon, Meudon, France.
eDepartment of Physics and Astronomy, Rutgers, The State University of New Jersey, Piscataway, NJ, USA.
fUniversité de Nice-Sophia Antipolis, Labo. J.-A. Dieudonné, Nice, France.
gInstitut de Physque Nucléaire, Université Paris Sud, Orsay, France.
hLaboratoire Analyse et Modélisation pour la Biologie et Environnement, Université d’Evry Val d’Essonne, Evry, France.
iPerimeter Institute for Theoretical Physics, Waterloo, Ontario, Canada.
lInstitut Wolfgang Doeblin, Laboratoire J.A. Dieudonné, Université de Nice Sophia Antipolis, Nice, France.
mLaboratoire de Physique Théorique de l’École Normale Supérieure, Paris, France.

Nel giugno scorso si sono svolti, come ogni anno, i concorsi del CNR francese (CNRS) per l’accesso a posti da ricercatore a tempo indeterminato. Noi firmatari di questo documento siamo risultati vincitori di buona parte di questi posti nelle sezioni di matematica, fisica e astronomia; tutti i risultati in dettaglio sono consultabili sul sito del CNRS. Nelle classi che ci riguardano e nel solo concorso 2007, gli italiani hanno ottenuto il 35% dei posti banditi (il 71% restringendosi a fisica teorica) e, se il CNRS assegnasse medaglie, cinque ori e tre argenti in sette competizioni. Più in generale, se si guarda alla lista degli iscritti al concorso, il numero di italiani è impressionante: ormai tutti in Francia parlano di “invasione italiana”.La tendenza attuale dei ricercatori italiani a cercare posti all’estero è stata sottolineata più volte negli ultimi anni. Per comprenderne le ragioni, sono sufficienti alcune semplici considerazioni sul sistema di reclutamento italiano, evidenti a chiunque sia stato anche per un breve periodo a fare ricerca all’estero. Le nostre esperienze sono in particolare relative all’ambito accademico di matematica, fisica e astronomia, ma sono facilmente estrapolabili ad altri domini della ricerca scientifica e umanistica, che anzi spesso versano in condizioni ancor più preoccupanti. Sono necessarie intanto alcune premesse:
(A) Di per sé, il fatto che i ricercatori italiani desiderino andare all’estero e vincano concorsi in tutti i paesi più avanzati è un dato molto incoraggiante. Vuol dire che la formazione che si impartisce in Italia è ottima, e che i giovani ricercatori italiani sono motivati, dinamici e talmente appassionati al proprio lavoro da essere pronti a emigrare per fare ricerca nelle migliori condizioni. (B) Il problema dunque non è la “fuga dei cervelli”, ma piuttosto l’assenza totale di un flusso inverso, ovvero l’impossibilità per gli italiani di rientrare dopo un periodo trascorso all’estero; e inoltre (C) la quasi totale assenza di ricercatori stranieri. Quest’ultimo fatto è veramente preoccupante: tutti i paesi avanzati reclutano ricercatori dall’estero, ad esempio dai paesi asiatici o sudamericani. Gli Stati Uniti e la Francia hanno approfittato del crollo dell’URSS per reclutare i migliori ricercatori ex-sovietici. In Italia, niente di tutto ciò. (D) L’assenza di rientri e reclutamenti dall’estero rende il sistema insostenibile. Il progressivo pensionamento degli attuali docenti potrebbe causare un abbassamento generalizzato del livello della ricerca e dell’insegnamento; a quel punto non vinceremo più neanche i concorsi all’estero.Un punto importante va chiarito subito: se i finanziamenti alla ricerca scientifica in Italia fossero notevolmenti maggiori (ad esempio, adeguati allo standard europeo o statunitense) e se, di conseguenza, il numero di reclutamenti di giovani ricercatori fosse significativamente più elevato, la situazione di impasse attuale molto probabilmente non si porrebbe. Il sistema-Italia sarebbe all’equilibrio con i sistemi degli altri paesi e, nel bene o nel male, i problemi qui discussi si riassorbirebbero nel complesso dell’apparato accademico (ovviamente, a patto che anche l’ulteriore fattore importante dell’adeguamento del livello salariale per i giovani ricercatori a quello dei sistemi stranieri sia tenuto in considerazione). Uno slancio nella direzione dell’aumento dei fondi è quindi senza dubbio un passo cruciale e necessario, come è stato sottolineato già innumerevoli volte nel corso degli ultimi anni. Tuttavia il problema non sono solo i soldi o i numeri. Ci sono almeno altri due aspetti fondamentali per un sistema di reclutamento efficiente: la mobilità, e la possibilità per il giovane ricercatore di valutare le proprie opportunità di carriera nel quadro di un sistema di reclutamenti chiaramente programmati. Purtroppo, mentre il governo si è impegnato ad aumentare il numero di reclutamenti, questi due aspetti sono passati inosservati. Ci sembra quindi importante discutere questi ulteriori aspetti, nella speranza che, quando l’aumento di fondi e di posizioni si materializzerà, si possa fare dei passi avanti anche in queste direzioni. Si veda a questo proposito anche l’articolo recente di Giorgio Parisi.

Mobilità - Negli Stati Uniti, in Inghilterra e in Francia è prassi comune cambiare sede tra laurea e il dottorato, tra il dottorato e il primo post-doc, per gli eventuali post-doc successivi e infine per il posto da ricercatore. L’idea è che il giovane ricercatore, durante la sua formazione, debba entrare in contatto con il maggior numero possibile di persone, di metodi, di idee, con l’obiettivo di diventare autonomo. In Italia, invece, accade l’esatto contrario. Di fatto, come è ben noto, in Italia ci si mette in “coda”. Ogni professore universitario o direttore di istituto di ricerca ha la propria “coda” di studenti, in fila per un posto permanente. La mobilità è bassa perfino all’interno della coda! Questo sistema di code causa problemi gravissimi al sistema dei reclutamenti; ne elenchiamo qui alcuni. (A) Non sempre il merito è il criterio principale per essere ammessi alla coda. Entrano in gioco fattori personali, e l’anzianità rimane un criterio importante. (B) I ricercatori spesso non sono incentivati a sviluppare la propria ricerca in maniera autonoma. Ci si affida al capo, con l’idea che tanto sarà lui a decidere della propria carriera. (C) Il fatto di collaborare con molti docenti spesso è mal visto (“Quello che fa, tiene il piede in più staffe?”). (D) Gli stessi docenti non sono particolarmente motivati rispetto ai propri studenti: sanno che, in ogni caso, essi rimarranno loro “fedeli” perché non hanno alternative.

Programmazione - È molto importante, in un sistema di reclutamento sano, che le opportunità di carriera di un giovane siano definite in largo anticipo. In Francia, ad esempio, il concorso CNRS già citato si svolge tutti gli anni e, ogni anno, le università bandiscono un certo numero di posti che rimane in media costante di anno in anno. Tutti i concorsi si svolgono nello stesso periodo: il ricercatore post-doc in cerca di un posto fisso sa quanti sono i posti disponibili negli anni a venire, prova i concorsi di anno in anno, si rende conto facilmente e soprattutto molto presto delle proprie possibilità di successo. Anche negli Stati Uniti il sistema funziona in modo simile (seppure non esista un ente di ricerca nazionale centralizzato). Al contrario in Italia non si riesce mai a sapere quanti posti saranno banditi e quando. Le fluttuazioni sono immense: un anno si assumono tutti, poi per vari anni più nessuno. Come già detto, ci si mette in coda, e si attende il momento in cui il posto da ricercatore bandito dal dipartimento toccherà al proprio docente, oppure una sanatoria generalizzata. Non c’è nessuna programmazione a lungo termine dei reclutamenti. Questa situazione causa, di nuovo, diversi problemi che è bene elencare. (A) Non è possibile avere un controllo sul proprio futuro e sapere quali sono le proprie possibilità di carriera e di stabilità. Spesso il giovane ricercatore italiano finisce per capire se avrà o no un posto permanente a 35/40 anni, quando ormai è troppo tardi per fare qualunque altra cosa. (B) L’incertezza alimenta il sistema delle code, perchè chi si allontana quando arriva il raro “momento buono” è perduto. (C) Un istituto non ha modo di stendere una strategia per puntare all’assunzione di uno studente/ricercatore veramente brillante, una specie il cui numero è molto limitato a livello mondiale anno per anno. Quando c’è un posto, non si cerca il candidato migliore: si attinge dalla coda, punto e basta.

Proposte: Questa situazione è insostenibile e rischia di portare in breve tempo il sistema di ricerca italiano al collasso. Tuttavia, alcuni interventi, che richiedono solo una riallocazione delle risorse e lo stanziamento di fondi aggiuntivi di modesta entità, potrebbero correggere almeno in parte lo stato delle cose. L’idea è, da un lato, di scardinare il sistema delle code e il rapporto privilegiato tra un giovane ricercatore e il proprio docente di riferimento; dall’altro, di programmare a lungo termine i reclutamenti. Riportiamo qui di seguito alcune proposte, nella speranza di suscitare una discussione che porti a individuarne molte altre:

  • Incentivare la mobilità durante gli studi e in corrispondenza degli avanzamenti di carriera, ad esempio a livello di corso di laurea (incentivando gli scambi inter-universitari nazionali e/o rivedendo il livello delle borse dei programmi Erasmus), di dottorato (incentivando lo svolgimento della tesi di dottorato in una sede diversa da quella dove ci si è laureati, potenziando le cotutele, favorendo il soggiorno temporaneo in sedi diverse), a livello di assegni di ricerca post-doc (ad esempio prevedendo un cofinanziamento del MIUR in caso di cambio di sede) e infine a livello di assunzione dei ricercatori e dei passaggi successivi della carriera (ad esempio prevedendo contributi a università che assumano ricercatori, professori associati e ordinari da altre sedi). L’idea è la stessa che si applica alla guardia di Finanza, i cui vertici vengono costantemente avvicendati per evitare la cristallizzazione di rapporti di potere; la mobilità rende più difficile la formazione di baronati.
  • Favorire nei concorsi coloro che hanno collaborazioni con gruppi differenti, ad esempio valutando anche la varietà delle collaborazioni. A questo fine sarebbe utile che il candidato possa accludere alla domanda lettere di presentazione di ricercatori italiani e stranieri con cui ha collaborato.
  • Favorire le collaborazioni fra ricercatori di sedi diverse finanziando la creazione di “network” con obiettivi e criteri di valutazione precisi, ad esempio sul modello dei programmi europei, dell’ANR francese e dei PRIN italiani.
  • Favorire le università che programmano i reclutamenti con largo anticipo e far svolgere i concorsi nello stesso periodo dell’anno, su scala nazionale. Distribuire le risorse, a livello ministeriale, in modo tale che il numero di posti per anno sia pressappoco costante, almeno per i prossimi dieci anni. Meglio pochi posti, ma sicuri e programmati in anticipo, che tanti posti mal distribuiti.
  • Evitare stabilizzazioni straordinarie e reclutamenti di massa, che non fanno altro che alimentare il sistema delle code e il precariato, per lo stesso motivo per cui i condoni fiscali alimentano l’evasione.

Queste proposte richiedono uno stanziamento minimo di fondi aggiuntivi e tutte dovrebbero essere attuabili in tempi brevi facendo ricorso agli strumenti ordinari di gestione senza bisogno di riforme drastiche, che sono assolutamente auspicabili ma richiedono tempi più lunghi e percorsi accidentati. È tuttavia importante sottolineare che non tutti i problemi discussi in precedenza possono essere affrontati con misure ordinarie. Ad esempio, il problema dell’assenza di ricercatori stranieri si intreccia ovviamente con il problema più generale della regolamentazione dell’immigrazione: nel passato le misure legislative adottate in materia non hanno assolutamente favorito, se non addirittura ostacolato l’immigrazione di cervelli stranieri. Inoltre, questo problema è legato anche al problema generale della scarsità di finanziamenti: le retribuzioni dei ricercatori italiani sono tra le più basse in Europa, per non parlare degli Stati Uniti, e in queste condizioni attirare un ricercatore dall’estero è molto difficile.

Conclusioni: La scarsità di finanziamenti condiziona il futuro dell’università e della ricerca in Italia, e le proposte qui formulate non saranno certo sufficienti se questa situazione non viene corretta. Ulteriori risorse economiche sono dunque indispensabili, ma è anche indispensabile che le nuove disponibilità di fondi siano contestuali alla modifica del reclutamento, con l’abolizione del sistema delle code, l’introduzione trasparente di criteri meritocratici e la stesura di una ragionevole programmazione delle assunzioni, altrimenti il dispendio di denaro pubblico rischierebbe di andare vanificato, alimentando un sistema non efficiente. A questo proposito, pensiamo che sia utile che il mondo accademico italiano contribuisca alla discussione costruttiva e all’attuazione di queste misure, anche attraverso delibere dei singoli consigli accademici, di facoltà o di dipartimento, che stabiliscano prassi e norme in accordo con quanto discusso sopra. Ad esempio, un dipartimento potrebbe mettere in atto varie procedure per incentivare i propri dottorandi a cercare un post-doc altrove. Riteniamo auspicabile che i ricercatori che condividono queste proposte facciano pressione sui propri istituti in tal senso.

esRNA: RNA migratori

 

Nella primavera di quest’anno è uscito un lavoro su Nature cell biology nel quale viene ipotizzato un nuovo modello di comunicazione cellulare. Gli autori dell’articolo hanno studiato particolari vescicole extracellulari di origine endocitotica chiamati exosomi. Caratteristici di molti tipi cellulari come ad esempio i mastociti (cellule del sistema immunitario), gli exosomi contengono mRNA e miRNA di una cellula donatore e li trasportano verso una cellula accettore dello stesso lineage tramite un meccanismo ligando-recettore. Questi RNA, una volta giunti a destinazione, vengono tradotti e le rispettive proteine possono esercitare la loro normale funzione in un sistema diverso da quello originario. Lo stesso fenomeno avviene per i miRNA, piccole molecole non tradotte convolte nel differenziamento che esercitano un’azione inibitoria sulla traduzione di mRNA omologhi. Inoltre, questi RNA exosomiali, non sono semplicemente quelli normalmente prodotti dalla cellula donatore ma variano sia per tipo che per quantità; come se la cellula li sintetizzasse con già lo scopo di “regalarli ad una sorella”.Questo nuovo meccanismo di interazione aumenta notevolmente le possibilità di regolazione dell’attività cellulare in risposta a stimoli del microambiente e non solo: nel futuro esistono già possibili applicazioni terapeutiche nella terapia genica; infatti la specificità di bersaglio degli exosomi e la loro non immunogenicità li fanno dei validi candidati per sostituire i vettori retrovirali finora usati.