Da un recente studio statistico del MIUR i neolaureati che scelgono di continuare a “formarsi” tramite dottorati, specialità o master sono in costante aumento. Dal punto di vista del ministero il bicchiere è mezzo pieno in quanto le soluzioni post-laurea che ha proposto sembrano essere ambite da molti a beneficio del livello culturale italiano sempre troppo screditato, mentre a voler vedere il bicchiere quasi vuoto, questo aumento altro non è che il risultato di scelte politiche decennali che hanno sempre sfavorito la formazione e la ricerca. Infatti, una volta laureati, i giovani si trovano di fronte ad un mondo del lavoro nel quale il loro titolo di studio non è assolutamente spendibile per varie ragioni, vuoi per l’abbassamento del livello di preparazione e per l’assurdo moltiplicarsi dei corsi di laurea, vuoi per l’ottusità delle miriadi di piccole imprese nostrane che non vedono al di là del proprio naso. Passata la depressione post-tesi, questi nuovi eroi si rimboccheranno le maniche alla ricerca di un perfezionamento che gli permetta di farsi strada nel mondo del lavoro con la pergamena che faticosamente hanno ottenuto e che non vorrebbero buttare nel cesso. Questo discorso riguarda ovviamente solo la maggiorparte delle professioni; vanno escluse le potenti lobby amministrate dai vari Ordini, primi fra tutti i nostri cari medici.
Detto questo, passiamo ad analizzare lo studio che offre non pochi spunti interessanti specialmente sul dottorato di ricerca.
Dai dati si nota che i posti di dottorato banditi sono in aumento ma allo stesso tempo sono diminuiti i posti coperti da borsa di studio, come dire: facciamo più ricerca ma solo gratis!!! Conseguenza probabile ne è la non assegnazione del 10% dei posti nonostante i candidati che si presentano siano in media più del doppio (sarebbe interessante sapere la percentuale dei posti con borsa non assegnati: vi assicuro che esiste questa possibilità e non è neanche tanto rara!!!). Un altro punto a nostro sfavore è l’età media dell’ottenimento del titolo di dottore di ricerca: tra i 29 e 32 anni, parecchio al di sopra dell’età dei nostri colleghi europei; questo può essere spiegato dal fatto che in Italia il dottorato è sfruttato in alternativa ad un contratto a tempo determinato e non per favorire la formazione di giovani esperti del settore. Un dato curioso a cui non so dare una spiegazione è la tendenza dei nostri PhD a non terminare il percorso nei tre anni legali.
Cari ragazzi prossimi alla laurea, visto come tira il vento da queste parti, il mio consiglio è di provarci sempre e comunque( tanto cosa c’è da perdere?); magari non otterrete il posto desiderato, ma voglio credere che, se saremo molti e uniti, daremo qualche grattacapo ai figli di papà e, forse un giorno lontano, ci ritroveremo in una società più matura e sensibile. Vana speranza forse, ma serve per andare avanti.
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